Intervista al Dott. Prof. Francesco Lippi: la tiroide tra diagnosi accurata, terapia personalizzata e ricerca scientifica
“Curare la tiroide significa curare un equilibrio delicatissimo dell’intera persona”
Professore, il suo nome è da anni associato alla diagnosi e alla cura delle malattie tiroidee. Come definirebbe oggi la sua missione clinica e scientifica?
Direi che la mia missione, oggi come all’inizio del mio percorso, è stata ed è quella di comprendere a fondo la fisiopatologia della tiroide per tradurre questa conoscenza in beneficio concreto per i pazienti. La tiroide è una ghiandola piccola solo nelle dimensioni anatomiche: dal punto di vista clinico, endocrino e metabolico, ha invece un’influenza vastissima sull’organismo. Interviene nella regolazione del metabolismo, della temperatura corporea, dell’energia, dell’umore, della funzione cardiovascolare, della fertilità, della qualità della pelle e dei capelli, fino a incidere sul benessere generale e sulla percezione che una persona ha di sé. Per questo la medicina della tiroide richiede precisione, profondità di studio e soprattutto capacità di leggere il paziente nella sua interezza, non limitandosi al singolo esame di laboratorio.
Nel corso della mia carriera ho cercato di coniugare tre dimensioni che considero inseparabili: attività clinica, ricerca scientifica e formazione. Ho avuto la fortuna di formarmi nella scuola endocrinologica pisana, che ha rappresentato un riferimento internazionale, e da lì ho costruito un percorso che mi ha portato a lavorare sia nell’endocrinologia sia nella medicina nucleare, con particolare attenzione alle patologie tiroidee benigne e neoplastiche. Ancora oggi ritengo che la vera eccellenza non consista soltanto nel possedere una grande esperienza, ma nel continuare a studiare, aggiornarsi e mettere in discussione i protocolli alla luce delle nuove evidenze.
Via Risorgimento, 38, 56126 Pisa PI
Il suo percorso accademico è molto articolato e profondamente radicato nell’Università di Pisa. Quanto ha contato questa formazione nella costruzione del suo metodo?
Ha contato in modo decisivo. La mia formazione ha avuto inizio all’Università degli Studi di Pisa, dove mi sono iscritto a Medicina e Chirurgia nel 1970 e dove mi sono laureato nel 1979 con una tesi già orientata verso i meccanismi immunologici della tiroide. In seguito mi sono specializzato in Endocrinologia e Malattie Metaboliche e poi in Medicina Nucleare, due discipline che nel mio lavoro si sono sempre integrate in modo estremamente fecondo. Da una parte, infatti, l’endocrinologia consente di comprendere la complessità clinica e biologica delle patologie tiroidee; dall’altra, la medicina nucleare offre strumenti diagnostici e terapeutici di straordinaria precisione, in particolare nel campo del radioiodio e del follow-up oncologico.
Pisa ha rappresentato per me non soltanto un luogo di studio, ma una vera scuola di pensiero. Ho lavorato in contesti di grande valore scientifico, prima con il Prof. Lidio Baschieri e poi con il Prof. Aldo Pinchera, figure che hanno lasciato un’impronta importante nella cultura endocrinologica italiana. In quell’ambiente ho imparato che la medicina non può essere soltanto applicazione di nozioni: deve essere anche osservazione rigorosa, ricerca continua, confronto internazionale e rispetto assoluto per il dato clinico. Questo metodo mi accompagna ancora oggi, sia nell’attività con i pazienti sia nel lavoro di aggiornamento e insegnamento.
Lei è specialista sia in endocrinologia sia in medicina nucleare. In che modo questa doppia competenza fa la differenza nella gestione delle malattie tiroidee?
Fa la differenza in maniera molto concreta, perché consente di affrontare la patologia tiroidea non in modo frammentato, ma con una visione realmente integrata. La tiroide è una ghiandola endocrina, ma molte sue malattie richiedono una lettura che va oltre il solo assetto ormonale. Penso, per esempio, all’ipertiroidismo, alle forme autoimmuni, ai noduli, al gozzo nodulare e soprattutto al carcinoma differenziato della tiroide: in tutti questi casi la competenza endocrinologica deve dialogare con la diagnostica strumentale, la citologia, la chirurgia e, quando indicato, con la terapia radiometabolica.
Avere una formazione completa in endocrinologia e medicina nucleare permette di valutare non solo che cosa ha il paziente, ma anche quale sia il percorso più appropriato, in quale momento e con quale obiettivo. In alcuni casi il miglior trattamento è farmacologico; in altri è chirurgico; in altri ancora il radioiodio rappresenta la scelta più efficace e meno invasiva. Il compito dello specialista, a mio avviso, è proprio questo: non applicare una procedura in modo automatico, ma costruire un percorso di cura ragionato, personalizzato, scientificamente fondato e il più possibile proporzionato al problema reale del paziente.
Intervenire precocemente significa spesso poter ricorrere a terapie meno invasive e ottenere un recupero migliore.
I Centri per la Cura della Tiroide da lei diretti sono presenti in più città italiane. Qual era l’idea alla base di questo progetto?
L’idea era ed è molto semplice, ma al tempo stesso ambiziosa: rendere accessibile un modello di cura altamente specialistico, nato da una lunga esperienza universitaria e ospedaliera, a pazienti che vivono in territori diversi. Troppo spesso chi soffre di malattie tiroidee si trova davanti a percorsi frammentati: un medico per gli esami, un altro per l’ecografia, un altro ancora per la terapia, senza una regia clinica unitaria. Io ho sempre ritenuto che, soprattutto nelle patologie tiroidee complesse, serva invece una visione coerente, capace di accompagnare la persona dalla diagnosi al follow-up.
Per questo i Centri per la Cura della Tiroide, presenti a Pisa e in altre città italiane come Milano, Roma, Benevento, Lecce e Palermo, sono stati pensati come luoghi in cui il paziente possa trovare competenza specialistica, approfondimento diagnostico e impostazione terapeutica coordinata. Non si tratta semplicemente di moltiplicare delle sedi, ma di diffondere un metodo clinico costruito negli anni, centrato sulla qualità della valutazione e sulla continuità della presa in carico. In ambito tiroideo, infatti, la differenza non la fa solo la terapia iniziale, ma anche la capacità di seguire il paziente nel tempo con attenzione, prudenza e precisione.
La terapia con iodio radioattivo 131-I è uno degli ambiti in cui il suo nome è maggiormente riconosciuto. Perché questa metodica ha avuto un ruolo così importante nella sua carriera?
Perché il 131-I, cioè lo iodio radioattivo, rappresenta una delle espressioni più eleganti della medicina moderna applicata alla tiroide: una terapia che sfrutta una caratteristica biologica specifica della ghiandola tiroidea, cioè la sua capacità di captare iodio, per colpire selettivamente il tessuto patologico. È una metodica che ha rivoluzionato la gestione di diverse condizioni, in particolare alcune forme di ipertiroidismo e il carcinoma differenziato della tiroide, consentendo un trattamento mirato, spesso molto efficace e meno gravoso rispetto ad altre strategie.
Nel mio percorso questo tema ha avuto un ruolo centrale sia sul piano clinico sia su quello scientifico. Ho dedicato molti anni allo studio dell’impiego del radioiodio, alla valutazione dei suoi effetti, alla dosimetria, alla selezione dei pazienti e agli esiti a distanza. La terapia radiometabolica non è un automatismo: richiede conoscenza profonda della malattia, del comportamento biologico del tessuto tiroideo, delle variabili prognostiche e degli obiettivi terapeutici. Proprio per questo ritengo che debba essere inserita in una visione specialistica ampia, in cui l’endocrinologia e la medicina nucleare dialogano costantemente.
Lei ha lavorato molto anche sul TSH ricombinante umano. Perché questo tema è stato così rilevante nella storia della tiroide moderna?
Perché l’introduzione del TSH ricombinante umano (rhTSH) ha rappresentato un passaggio decisivo nel modo di seguire e trattare il paziente con carcinoma differenziato della tiroide. In passato, per ottenere una stimolazione adeguata prima di alcuni passaggi diagnostici o terapeutici, era spesso necessario sospendere la terapia ormonale sostitutiva, inducendo uno stato di ipotiroidismo che poteva essere molto pesante per il paziente: stanchezza intensa, rallentamento psicofisico, peggioramento della qualità di vita. L’rhTSH ha aperto la possibilità di ottenere risultati clinici utili senza costringere il paziente a un deterioramento funzionale così marcato.
Nel mio lavoro questo tema è stato particolarmente importante anche sul piano della ricerca. Ho partecipato a studi multicentrici internazionali e a numerose pubblicazioni che hanno contribuito a chiarire il ruolo del TSH ricombinante nella diagnosi e nella terapia del carcinoma differenziato della tiroide. È un esempio molto concreto di come la ricerca non debba restare confinata nelle riviste scientifiche, ma debba tradursi in un miglioramento tangibile dell’esperienza del paziente. Quando una innovazione consente di essere più efficaci e al tempo stesso più umani, allora siamo di fronte a un vero progresso medico.
Molti pazienti temono parole come “nodulo”, “tiroidite”, “Basedow”, “carcinoma tiroideo”. Da specialista, qual è la prima cosa che ritiene importante chiarire?
La prima cosa da chiarire è che non tutte le patologie tiroidee hanno la stessa gravità, e soprattutto che la parola “nodulo” non coincide automaticamente con tumore. I noduli tiroidei sono frequenti, spesso benigni e molto spesso richiedono monitoraggio più che allarme. Allo stesso modo, le tiroiditi autoimmuni, come la tiroidite di Hashimoto, e l’ipertiroidismo autoimmune del morbo di Basedow hanno percorsi clinici precisi, oggi ampiamente studiati, e possono essere gestiti con notevole efficacia se affrontati con competenza. Il vero problema nasce quando si banalizza o, al contrario, si drammatizza in modo improprio.
Il ruolo del medico, in questi casi, è duplice: da una parte deve fare una diagnosi rigorosa; dall’altra deve anche rimettere ordine nel vissuto del paziente, distinguendo ciò che richiede attenzione da ciò che non deve generare paura. Il carcinoma differenziato della tiroide, per esempio, pur essendo una neoplasia, ha spesso una prognosi favorevole se correttamente diagnosticato, trattato e seguito nel tempo. Ma perché ciò accada servono metodo, esperienza e un follow-up ben impostato. Anche qui, la differenza non la fa soltanto la terapia, ma la qualità complessiva del percorso clinico.
In che modo affronta condizioni come ipotiroidismo e morbo di Basedow, che hanno un impatto molto forte sulla vita quotidiana?
Le affronto partendo da un principio molto semplice: non si cura un valore di laboratorio, si cura una persona. È ovvio che TSH, FT4, FT3, autoanticorpi ed ecografia siano strumenti fondamentali, ma la patologia tiroidea va letta anche alla luce del modo in cui si manifesta nella vita concreta del paziente. L’ipotiroidismo può tradursi in stanchezza, aumento di peso, rallentamento, difficoltà di concentrazione, fragilità emotiva; il morbo di Basedow, invece, può portare tachicardia, perdita di peso, irritabilità, tremori, insonnia, intolleranza al caldo, e in alcuni casi coinvolgimento oculare. Sono quadri che non si esauriscono nel dato biochimico.
Per questo ritengo essenziale costruire terapie personalizzate. Nell’ipotiroidismo il trattamento sostitutivo con levotiroxina deve essere accuratamente calibrato; nell’ipertiroidismo autoimmune occorre valutare con attenzione la fase della malattia, il contesto immunologico, la risposta ai farmaci, l’opportunità del radioiodio o, in casi selezionati, della chirurgia. La medicina della tiroide, se ben fatta, è una medicina della precisione ma anche dell’ascolto: ogni paziente va seguito nel tempo con aggiustamenti ragionati, non con decisioni standardizzate.
Una parte molto importante del suo percorso è anche l’insegnamento. Che rapporto ha avuto con la formazione delle nuove generazioni di medici?
Un rapporto profondissimo. Ho dedicato molti decenni alla didattica presso l’Università di Pisa, come docente per gli studenti del corso di laurea in Medicina e per gli specializzandi della Scuola di Endocrinologia. Ho sempre considerato l’insegnamento non come un’attività collaterale, ma come una responsabilità essenziale. La medicina si trasmette certamente attraverso i libri e gli articoli, ma soprattutto attraverso il metodo, il ragionamento clinico, l’attenzione ai dettagli e il senso della misura terapeutica.
Formare un giovane medico significa insegnargli a non essere precipitoso, a non farsi sedurre dalla superficialità, a distinguere l’urgenza vera dall’iperdiagnosi, e soprattutto a mantenere sempre viva la curiosità scientifica. Ho avuto il privilegio di lavorare in una scuola che ha dato molto all’endocrinologia italiana ed europea, e sento di aver restituito una parte di quel patrimonio attraverso la docenza, i corsi di aggiornamento e il confronto con colleghi italiani ed europei. In medicina, la continuità del sapere è una forma di cura indiretta ma potentissima.
Le sue pubblicazioni e le sue collaborazioni internazionali mostrano un’attività scientifica vastissima. Quanto conta ancora oggi la ricerca nella sua visione della professione?
Conta in modo assoluto. Un medico che smette di confrontarsi con la ricerca rischia di trasformare l’esperienza in routine, e la routine in medicina è pericolosa. La ricerca, invece, costringe a verificare, a misurare, a correggere. Nel mio percorso ho avuto modo di partecipare a studi su noduli tiroidei, agoaspirazione, autoimmunità tiroidea, carcinoma differenziato della tiroide, radioiodio, TSH ricombinante umano, monitoraggio con tireoglobulina, e altri aspetti cruciali della patologia tiroidea. Si tratta di un lavoro che attraversa decenni e che riflette l’evoluzione stessa dell’endocrinologia tiroidea moderna.
La ricerca non serve a costruire prestigio personale; serve a fare in modo che il paziente di oggi riceva una medicina migliore di quella di ieri. Quando uno studio modifica il follow-up di un tumore tiroideo, quando migliora la selezione dei pazienti candidati al radioiodio, quando riduce l’impatto dell’ipotiroidismo indotto nei percorsi oncologici, allora la ricerca compie davvero la sua funzione: trasformare conoscenza in cura. È questa, in fondo, la forma più nobile del lavoro medico.
Oltre alla clinica e all’università, ha ricoperto anche ruoli istituzionali nel campo della formazione continua e delle linee guida. Che significato attribuisce a questo impegno?
Lo considero un’estensione naturale del lavoro scientifico e clinico. Quando si entra nel campo della formazione continua in medicina e delle linee guida, si lavora su un livello ulteriore: non più soltanto sul singolo paziente o sul singolo reparto, ma sulla qualità complessiva del sistema. Dalle informazioni pubbliche disponibili risulta che dal 2015 sia stato membro della Commissione Nazionale per la Formazione Continua (CNFC) in ambito Agenas-ECM e dal 2016 presidente del tavolo sulle linee guida di endocrinologia del Ministero della Salute. Sono incarichi che hanno un grande valore, perché testimoniano una fiducia istituzionale costruita nel tempo sul terreno dell’esperienza e della competenza.
A mio avviso, la buona medicina non può dipendere dal caso o dalla fortuna di incontrare il professionista giusto. Deve anche essere sostenuta da criteri condivisi, formazione seria e aggiornamento permanente. Le linee guida, quando sono ben costruite, non irrigidiscono il lavoro clinico: lo rendono più solido, più trasparente e più giusto. Naturalmente poi resta sempre indispensabile il giudizio del medico, perché nessuna linea guida sostituisce la responsabilità clinica individuale. Ma offrire ai professionisti un riferimento rigoroso significa elevare la qualità media dell’assistenza.
Dopo tanti anni di carriera, che cosa ritiene davvero essenziale nella cura delle malattie tiroidee?
Ritengo essenziale non perdere mai il senso della proporzione e della profondità. La tiroide è un organo complesso, ma non bisogna mai cedere né alla semplificazione eccessiva né all’enfasi specialistica fine a sé stessa. Una buona medicina tiroidea richiede diagnosi esatta, scelta appropriata della terapia, follow-up metodico e comunicazione chiara con il paziente. Richiede anche pazienza, perché molte patologie della tiroide non si risolvono in un gesto singolo, ma in un percorso fatto di monitoraggio, adattamento e attenzione nel tempo.
L’altro punto essenziale è ricordare che il paziente non porta soltanto una ghiandola malata: porta paure, aspettative, informazioni spesso confuse, talvolta esperienze precedenti negative. Il compito dello specialista è anche quello di fare chiarezza, di riportare ordine, di spiegare con precisione senza creare allarmismi. La vera autorevolezza medica, a mio giudizio, non consiste nel parlare in modo incomprensibile, ma nel riuscire a rendere comprensibile la complessità senza tradirla.
Perché il Prof. Francesco Lippi è stato selezionato tra le Eccellenze Sanitarie Italiane?
Perché il suo profilo riunisce in modo raro e coerente alta specializzazione endocrinologica e nucleare, lunga esperienza clinica, produzione scientifica internazionale, attività universitaria, innovazione terapeutica e costruzione di un modello organizzato di centri dedicati alla tiroide. La sua carriera documenta un impegno pluridecennale nella diagnosi e nella cura delle malattie tiroidee, con un contributo particolare nei campi del 131-I, del carcinoma differenziato della tiroide, dell’autoimmunità tiroidea e dell’uso del TSH ricombinante umano.
Ma c’è anche un altro elemento, forse il più importante: l’idea che l’eccellenza non sia soltanto abilità tecnica, bensì continuità di studio, rigore, responsabilità formativa e capacità di mettere il sapere al servizio della persona malata. È in questa sintesi tra cultura medica, esperienza specialistica e visione umana della cura che si riconosce il tratto distintivo del Professor Lippi.